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La Bretagna al cuore

Foto: Jacques Descloitres, MODIS Rapid Response Team, NASA/GSFC
Dopo un mese lunghissimo di cattività a causa della rottura di una caviglia e dopo una settimana, ancora più lunga e noiosa, di feste natalizie, il mio corpo e la mia mente bisognavano di percorrere chilometri, di allontanarsi da Barcellona. Con il solo dispiacere di lasciare a casa il nostro gatto – benché mia madre fosse andata a rendergli visita ogni giorno, Anna e io partimmo verso il nord, come di solito. Quella Francia che quasi da quando ci siamo conosciuti era stata il nostro punto di riferimento, lo scopo delle nostre fughe, ci offriva ancora, sette anni dopo, territori da scoprire. La Bretagna fu la destinazione scelta per cambiare anno e comprovare se l’Europa diventava più nazione e meno continente con questa moneta unica che ogni lingua pronuncia così diversamente.

Così, il 29 dicembre, con alcuni Euro in tasca e una settimana di vacanze in mente, ci disponemmo a stancarsi guidando per 1200 chilometri circa fino ad arrivare a Rennes, capitale oggi della regione amministrativa Bretagne. E noto che i Francesi cambiarono la storia nel 1792, compresa la storia passata: la divisione dello stato in dipartimenti ruppe nazioni e regioni storiche, e questa rottura disegnata dal centralismo giacobino non si è mai voluto emendare neppure negli anni ottanta del secolo scorso con l’apparizione delle nuove regioni. La Bretagna, l’antica Armor Celtica, perse per sempre la sua capitale storica, Nantes. Noi, però, rispettosi della storia e della gastronomia, ci siamo andati lo stesso. Infatti, per fare una meritata sosta dopo avere percorso 1000 chilometri di autostrada e, soprattutto, per degustare l'entrecôte che come piatto unico propone ai suoi clienti un celebre ristorante della città.

Ospitati nella periferia di Rennes in un funzionale ma corretto hotel della catena Formule 1, decidemmo che quello sarebbe stato il nostro “centro operativo” da dove avremmo visitato tutti i luoghi d’interesse che potessimo in cinque giorni. La decisione era difficile perché la Bretagna non merita di essere visitata in fretta. La nostra scelta fu visitare poco ma con il tempo giusto per goderlo: una città o due paesi per giorno, al massimo, con l’unico scopo di passeggiare per il solo piacere di passeggiare.

Il nostro primo giorno “ufficiale” di soggiorno lo dedicammo a Dinan e Saint-Malo, due cittadine al nord di Rennes così diverse come interessanti. La prima, situata in una valle con un antico porto fluviale bellissimo, ha l'onore di avere il centro storico medievale in miglior stato di conservazione di tutta la Bretagna, un quartiere che oggi è il rifugio d’innumerabili artigiani locali. La seconda è un esempio paradigmatico di quello che significa il mare per i Bretoni: un punto di partenza. Saint-Malo è stata terra di avventurieri – il conquistatore del Québec, Jacques Cartier, era figlio di questa città sempre pronta a partire per l’America. Fare una passeggiata di notte per il lungomare costruito sulle mura della città vecchia è quasi un obbligo per qualsiasi innamorato.

Il capodanno lo vivemmo a Rennes: città borghese in testa alla classifica del benessere in Francia, sede di un parlamento senza diritto di legiferare, la capitale regionale ha un'aria parigina nei suoi quartieri del XIX secolo ma è veramente bretone nel suo centro storico. Siccome ci sono tantissime trattorie tenute da Italiani a Rennes non potemmo farne a meno: la nostra ultima cena del 2001 fu italiana. Le galettes e le crêpes sono buone quanto vuoi ma non sono adatte al cenone che deve dare congedo a tutto un anno. Per fortuna, però, in quella città si può cenare a prezzo normale anche la notte di San Silvestre.

I prezzi sono sì di un altro mondo nel Monte Saint-Michel, ma era prevedibile trattandosi della seconda destinazione turistica francese dopo Parigi. Questo particolare monte si gode molto meglio da fuori, lontani dai turisti che lo invadono tutto l’anno. La vista è magica, con la sua marea bassa che lascia vedere una sabbia grigia che si confonde con un cielo ancora più scuro. Quel primo giorno del 2002 finì a Fougères, passeggiando come turisti unici sotto le mura del suo spettacolare castello.

Nantes meritava almeno un giorno di visita e perciò ci ritornammo. L’aria marittima rendeva molto diversa la capitale storica della Bretagna dalla sua capitale amministrativa continentale. Come di solito, il centro storico era interessante, ma anche la città “moderna”. Dei marciapiedi amplissimi, delle zone pedonali e un tram recuperato per i cittadini dimostravano quale era la politica del comune.

I nostri due ultimi giorni nella Bretagna furono dedicati a Quimper e Vannes, due cittadine del sud della regione. La prima è la capitale della “Bretagna che ancora parla bretone”, per così dirlo. Veramente, però, questa lingua celtica non l’abbiamo sentito parlare mai nelle strade, benché ci fosse una stazione radiofonica in bretone che sintonizzammo in macchina. Solamente si poteva leggere sui pannelli informativi e sui cartelli d’inizio e confine di comune, e questo, di solito, non si vede in Francia: tutte le lingue “regionali” si trovano in uno stato di agonia così avanzato che può affermarsi che la politica centralinista parigina è stata un successo enorme. Tuttavia, l’Office de la Langue Bretonne fa quello che può.

La nostra ultima destinazione, Vannes, ci piacque tantissimo per la sua baia piena di piccole isole. In quel punto del viaggio, ci rendemmo conto che il paesaggio bretone assomigliava moltissimo a quello del Québec, benché il freddo fosse qui perfettamente sopportabile. Solamente i Bretoni potessero conquistare quel inospitale territorio americano e lasciargli in eredità la toponimia, l’architettura e la lingua francese –malgrado l'opposizione degli Indiani.

Ritornare non è facile: i chilometri stancano più quando l’indomani ti aspetta un pranzo di Epifania e il lavoro quotidiano. I dolmen, la costa di Finisterre e tantissimi paesi con le loro leggende di streghe dovranno aspettare la nostra prossima visita. Siamo sicuri di ritornarci.

Gennaio 2002.