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L'immensità alla mia misura

Credo che sia stato Woody Allen a dire che l’eternità fosse lunga soprattutto verso la fine. Siccome non mi risulta che il celebre regista newyorchese abbia mai detto niente sull’immensità, tenterò di dirne qualcosa io, senza dimenticare però la mia piccolezza. Per parlare di qualsiasi cosa, benché sia piccolissima, bisogna darne prima una definizione oggettiva; figuratevi allora se intendiamo parlare dell’immensità... Allora vi propongo questa, tratta dal dizionario online Sabatini Coletti: “L’immensità è il carattere di ciò che non può essere misurato tanto è esteso”. Questa definizione è certamente tranquillizzante dal punto di vista psicologico perché permette di distinguere tra quello che è immenso e quello che è infinito. Dunque, essendo noi umani esseri finiti, l’immensità ci si addice molto di più e ci toglie tanta angoscia. Metto gli scherzi filosofici da parte per approcciare adesso l’immensità da un punto di vista esclusivamente personale. La prima volta che ho sperimen...

CRITICA: Romanzo di un giovane povero

Altro che cercare una buona situazione socioeconomica, quello che mi ha sempre mosso è trovare il mio proprio posto al mondo. Non è un'ossessione esistenziale, ma mi sento meglio quando ho l’opportunità di conoscere storie di finzione che parlano di persone che non si sentono adatte nel loro ruolo ovvero che inventano da capo le loro vite. E siccome questo potrebbe essere un soggetto molto grave e trascendentale, mi piace ancora di più quando viene narrato in forma di commedia, perché grazie all’artificio dell’umorismo si possono dire le cose più serie con la maggiore libertà. Appunto, mi è venuta in mente la storia di un film che ho visto un paio di volte e che racconta, sotto il segno della commedia, le contraddizioni esistenti tra uno che, ricercando la sua sistemazione socioeconomica e allo stesso tempo la sua realizzazione personale, finisce per non fare niente, trovando così la soluzione a entrambi i problemi. Si tratta del film Romanzo di un giovane povero , diretto da Etto...

CRITICA: Mamma Roma

Mamma Roma , di Pier Paolo Pasolini, è un film che si svolge negli anni di quello che si è convenuto di chiamare “il miracolo italiano”, un periodo in cui l’Italia incominciava a diventare uno stato sviluppato dopo aver vissuto un durissimo dopoguerra. Uno sviluppo che, tuttavia, non era esente da nuove disuguaglianze e nuove forme d’emarginazione. Questa epoca, datata all’inizio degli anni sessanta, ha dato al cinema grandi capolavori. Per citarne soltanto un altro, si può ricordare Rocco e i suoi fratelli , di Luchino Visconti, ambientato nella Milano della stessa epoca. Non è che la sceneggiatura di questo film somigli a quella di Pasolini, ma entrambi condividono una descrizione simile dello sradicamento dei personaggi principali. Nel caso di Visconti, sono meridionali che si spostano al nord dove, allontanati dal loro paese, sono preda di problemi nuovi ai quali non sanno come reagire. Nel caso di Pasolini, sono emarginati romani che vanno a vivere in una borgata impersonale. ...

La Bretagna al cuore

Dopo un mese lunghissimo di cattività a causa della rottura di una caviglia e dopo una settimana, ancora più lunga e noiosa, di feste natalizie, il mio corpo e la mia mente bisognavano di percorrere chilometri, di allontanarsi da Barcellona. Con il solo dispiacere di lasciare a casa il nostro gatto – benché mia madre fosse andata a rendergli visita ogni giorno, Anna e io partimmo verso il nord, come di solito. Quella Francia che quasi da quando ci siamo conosciuti era stata il nostro punto di riferimento, lo scopo delle nostre fughe, ci offriva ancora, sette anni dopo, territori da scoprire. La Bretagna fu la destinazione scelta per cambiare anno e comprovare se l’Europa diventava più nazione e meno continente con questa moneta unica che ogni lingua pronuncia così diversamente. Così, il 29 dicembre, con alcuni Euro in tasca e una settimana di vacanze in mente, ci disponemmo a stancarsi guidando per 1200 chilometri circa fino ad arrivare a Rennes, capitale oggi della regione amministrat...

La comicità di Roberto Benigni

Roberto Benigni è oggi noto a tutti grazie all’enorme successo del suo, finora, ultimo film come regista, La vita è bella , che come sapete ha vinto il Grand Prix del Festival di Cannes di 1998 e tre Oscar di Hollywood nel 1999, oltre a più di cinquanta premi italiani ed internazionali.  Quello che è più sconosciuto a noi è il suo percorso come artista prima di quel successo, un percorso che questo comico toscano di 49 anni comincia all'inizio degli anni settanta al teatro e che lo porterà alla televisione e finalmente al cinema. Benché ve ne parli un poco, tuttavia mi fermerò sugli ultimi tre film di Benigni, Johnny Stecchino , Il mostro e La vita è bella , dove lui, oltre l’attore principale e il regista, è anche l’autore della sceneggiatura e il produttore.    Di origine contadina e povera, Benigni ha il suo primo contatto con il pubblico lavorando per un piccolo circo come clown e acrobata alla fine degli anni sessanta. Poi si trasferisce a Roma nel 1972 per dedicar...

Seta, la grandezza delle piccole cose

Alessandro Baricco presenta la sua opera Seta affermando che “questo non è un romanzo. E neppure un racconto. Questa è una storia”. Io non saprei dire qual è il genere di questo libro ma quello che è certo è che dalla prima riga il lettore non può fermarsi fino all’ultima. Quando questo fatto succede è forse perché uno scrittore è riuscito a creare un capolavoro della letteratura? Il tempo lo giudicherà, però non credo che la storia di Baricco sia un “best seller” qualunque, ideato soltanto per affascinare un pubblico poco abituato alla grande letteratura: c’è qualcosa nella sua perfetta semplicità narrativa che lo rende singolare. L’autore torinese ci racconta una storia d’amore fra un commerciante di bachi di seta francese del secolo XIX e una geisha giapponese. Non è una storia d’amore tipica ma fatta a pennellate, discontinua, breve, basata su una lettera d’amore scritta da un autore inatteso, e nutrita da desideri non confessati. Insomma, un vero piacere letterario la cui saggezz...

STORIA DI UN COLTELLO

Ogni volta che ho nella mano questo coltello, sento il desiderio di piangere... È strano che dopo tutti questi anni ancora lo conservi, che non lo abbia perduto come mi capita con tutte le altre cose che ho avute. Non ci trovo nessuna altra risposta se non il fatto che ci tengo a questo coltello. Mio padre me lo regalò più di cinquant’anni fa. Lui non era il tipo di uomo a cui piaceva comprare regalini ai suoi figli, anzi, era un porco fascista preoccupato perché nella sua discendenza non avesse nessun finocchio.  Il miracolo, però, fu che io vincessi il primo premio di Geografia e Storia Italiana della mia classe, un successo sorprendente, assai importante secondo lui per meritare una ricompensa e che, senza dubbio, fu una delle poche occasioni in cui si sentì fiero di me.  Tuttavia, non dimenticherò mai il modo in cui si servì di questo coltello come se fosse una correggia di cane la notte di quel 30 giugno, tanti anni fa. Io ero arrivato dalla scuola dov’ero interno fin dal...

CRITICA: Caro diario

Una delle caratteristiche della produzione cinematografica italiana fin dagli anni ottanta è stata l’apparizione, sul versante ironico, grottesco, o dichiaratamente comico, di alcuni giovani attori/autori, che hanno portato nuovi personaggi e soggetti alla commedia italiana. Tra la comicità poetica dello scomparso Massimo Troisi e le storie scanzonate di Roberto Benigni -i due registi della sua generazione più noti all’estero- si trova il sarcasmo corrosivo di Nanni Moretti (Roma, 1953), che è però più che un commediante. Moretti possiede un fiuto e un occhio critico che gli permette di raccogliere attorno a sé ed incoraggiare nuovi giovani cineasti con una politica di gruppo che ha già dato buoni risultati. Moretti aveva iniziato la sua carriera di regista con Io sono un autarchico (1977), girato in superotto, e poi continuato con film di analisi della propria generazione e degli ideali a cui era legata come per esempio, La messa è finita (1985) e Palombella rossa (1989). Raggiun...

Ecologia linguistica

Non dirò niente di nuovo affermando che storicamente ogni impero ha imposto la sua lingua e il suo modello culturale ai territori conquistati. L’antica Europa imperiale, che aveva imposto alcune delle sue lingue alle colonie di oltremare e ai territori vicini è diventata oggi sé stessa quasi una colonia degli Stati Uniti e la storia si ripete, benché in modo un po’ diverso. L’imposizione del presente non si fa con la forza delle armi ma dell’economia, dell’informatica e dei “mass media” –scusate l’anglicismo. È un'imposizione fatta di seduzione, molto più vantaggiosa per i colonizzatori perché i colonizzati non diffidino delle loro intenzioni e non si rivoltino –quasi- mai. Abbiamo di fronte un processo storico che non è nuovo, che obbedisce a una crudele legge naturale. Ma questo non vuole dire che dobbiamo rimanere passivi: anche l’evoluzione del latino fino alla sparizione è stato un processo naturale. Ma civilizzazione, non era sinonimo d’intervento sull’ordine naturale? Le li...

Appunti per un diario siciliano

Giovedì 8 - Venerdì 9 Giugno 2000: Palermo. Palermo era per me una città macchiata. La sua storia veniva ridotta all’attività non molto “pulita” d’una organizzazione nota a tutti: la Mafia. Per fortuna, ho scoperto che Palermo aveva molti incanti nascosti sotto gli anni e la dimenticanza, che tutta la città era un'opera d’arte decadente, prodotto di una miscela di civilizzazioni. Mediterranea, fresca e affascinante, però a volte anche pesante e intrigante, Palermo mi è apparsa come un monumento alla storia delle sue invasioni: prima d’essere annessa al regno d’Italia nel 1860,  Palermo era stata dominata dai Fenici, Cartaginesi, Greci, Romani, Normanni, Arabi, Catalani e Spagnoli. Coloro avevano lasciato la loro impronta. Ma, come era possibile che quella che era stata una delle capitali mediterranee più belle,  avesse adesso un centro storico così degradato,   dei suburbi vittime della speculazione immobiliare –dicono che direttamente mafiosa-, e una povertà che fac...

Indimenticabile Mastroianni

Dicevano di lui che era la personificazione del “latin lover” e in questa affermazione c’è una parte di verità. Certamente, lui aveva conservato fino alla sua morte una presenza fisica invidiabile: forse qualche chilo di più, ma Marcello aveva invecchiato bene, una sorta di Sean Connery all'italiana. I capelli canuti, le rughe, gli conferivano una serenità ancora più forte alla sua eleganza naturale. Ci sono tanti film dove la sua interpretazione mi ha colpito! Mi ricordo certamente del giovane giornalista disincantato con l’alta società romana che lui interpretava in La dolce vita . E anche del nobile siciliano deciso ad ammazzare sua moglie per sposare sua nipote nel film Divorzio all’italiana . Ma veramente, sono i suoi ruoli di maturità quelli che preferisco: non posso dimenticare quello dell’omosessuale antifascista in Una giornata particolare  e neppure quello del padre dominante di Che ora è? . Però se devo scegliere un personaggio di Mastroianni non posso fare altro che dir...