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STORIA DI UN COLTELLO


Ogni volta che ho nella mano questo coltello, sento il desiderio di piangere... È strano che dopo tutti questi anni ancora lo conservi, che non lo abbia perduto come mi capita con tutte le altre cose che ho avute. Non ci trovo nessuna altra risposta se non il fatto che ci tengo a questo coltello.

Mio padre me lo regalò più di cinquant’anni fa. Lui non era il tipo di uomo a cui piaceva comprare regalini ai suoi figli, anzi, era un porco fascista preoccupato perché nella sua discendenza non avesse nessun finocchio.  Il miracolo, però, fu che io vincessi il primo premio di Geografia e Storia Italiana della mia classe, un successo sorprendente, assai importante secondo lui per meritare una ricompensa e che, senza dubbio, fu una delle poche occasioni in cui si sentì fiero di me. 

Tuttavia, non dimenticherò mai il modo in cui si servì di questo coltello come se fosse una correggia di cane la notte di quel 30 giugno, tanti anni fa. Io ero arrivato dalla scuola dov’ero interno fin dalla morte di mia madre, per prendere le mie vacanze d’estate. Era quasi mezzanotte quando scesi dal treno sul marciapiede ancora umido a causa della pioggia che aveva appena smesso di cadere. Mio padre venne a prendermi alla stazione con la sua caratteristica aria indolente e ubriaca: un ombrello e la biglietteria erano il suo appoggio. Io ero ancora vestito con l'uniforme della scuola e dal momento in cui lo vidi,  mi resi conto che, come di solito, censurava il mio modo di portare il berretto e l’impermeabile. Avrei potuto giurare che anche la mia attitudine gli dava fastidio.

Con un grande sforzo, visibile, mi gettò come unico saluto un laconico “Sei capace di seguirmi?” Io non risposi nulla. Ancora oggi mi chiedo cosa aspettava che gli rispondessi. Non è che lui si interessasse alla mia fatica, questo è sicuro, ma dubitava della mia capacità di fare le cose più semplici della vita. Mi ricordo di aver pensato internamente “E tu, sei capace di portarmi via?” Ma non ebbi il coraggio di dirglielo.

In quel momento, la mezzanotte suonò. Con un'aria assente, lui mi chiese se avevo dimenticato il mio coltello di giovane fascista. Io, idiota come ero, gli risposi, fiero e soddisfatto palpandomi il taschino, che sicuro di no. Caddi nella sua trappola: veloce veloce mi chiese il coltello, due volte, perché la prima non obbedii. La seconda volta, il suo tono più convincente mi fece cedere ai suoi ordini. Lui sapeva che senza il mio coltello non sarei andato a nessun posto e siccome non avevo soldi non potrei comprarne nessun altro.

Sentii come mi prendeva la rabbia. Il vecchio schifoso era contento di provocarmi ma quella volta non gli diedi il piacere di vedermi piangere. Non so se lui considerò in quel momento sul serio la possibilità della mia futura vendetta. Tuttavia, lui si sentiva sicuro di sé a causa della mia età. Mi disse con ironia “Pazienza, figlio mio, pazienza” e poi mi colpì la spalla, quello che spense il mio desiderio di vendicarmi. “Andiamo”,  ordinò. Ubbidiente, incominciai a camminare dietro di lui mentre nel mio cervello si mise in marcia un meccanismo: immaginai con precisione chirurgica come con quel coltello lo avrei sgozzato alcuni anni più tardi –essendo già militante delle Brigate Rosse– quando lui non si aspettava niente. Ebbi la pazienza che lui mi aveva consigliato e sono convinto che negli ultimi momenti un’ombra di fierezza attraversò il suo pensiero.

Ogni volta che ho nelle mani questo coltello, finisco per piangere… di soddisfazione.

Marzo 2001.