Passa al contingut principal

CRITICA: Caro diario


Una delle caratteristiche della produzione cinematografica italiana fin dagli anni ottanta è stata l’apparizione, sul versante ironico, grottesco, o dichiaratamente comico, di alcuni giovani attori/autori, che hanno portato nuovi personaggi e soggetti alla commedia italiana. Tra la comicità poetica dello scomparso Massimo Troisi e le storie scanzonate di Roberto Benigni -i due registi della sua generazione più noti all’estero- si trova il sarcasmo corrosivo di Nanni Moretti (Roma, 1953), che è però più che un commediante. Moretti possiede un fiuto e un occhio critico che gli permette di raccogliere attorno a sé ed incoraggiare nuovi giovani cineasti con una politica di gruppo che ha già dato buoni risultati.

Moretti aveva iniziato la sua carriera di regista con Io sono un autarchico (1977), girato in superotto, e poi continuato con film di analisi della propria generazione e degli ideali a cui era legata come per esempio, La messa è finita (1985) e Palombella rossa (1989). Raggiungerà, però, il suo miglior successo con i “foglietti” di Caro diario (1993), film per cui ha ottenuto il premio come miglior regista nel Festival Cinematografico di Cannes, e il Nastro d’Argento e il Premio Davide di Donatello al miglior film italiano dell’anno. In questo film è riconoscibile una personalità, uno stile, una visione del mondo che dimostra che si possono fare anche buoni film col taccuino.

Caro diario è un film diviso in tre episodi e penso che il più rivelatore sia quello centrale, Isole. In questo capitolo, girato nelle isole del nord della Sicilia, l’occhiata ironica di Moretti si ferma sulle contraddizioni di tutti quelli che, come lui, decidono di allontanarsi dalla città in cerca di una pretesa tranquillità, di una falsa purezza. Lì troverà personaggi come un intellettuale comunista amico suo che diventa addetto alle serie TV americane, genitori borghesi che col loro comportamento snob viziano i loro figli, bambini tirannici, un sindaco megalomane e un autore letterario ritirato del “rumore mondano”. L’insieme è abbellito con un omaggio ai paesaggi naturali della regione ed a un certo cinema italiano popolare già scomparso, un cinema che non può vedersi che nello schermo televisivo, e che viene esemplificato dal film Anna (1951), di Alberto Lattuada. Nostalgia ed autocritica, insomma, che fanno di Moretti una speranza per una cinematografia minacciata.

Novembre 2000.