
Non dirò niente di nuovo affermando che storicamente ogni impero ha imposto la sua lingua e il suo modello culturale ai territori conquistati. L’antica Europa imperiale, che aveva imposto alcune delle sue lingue alle colonie di oltremare e ai territori vicini è diventata oggi sé stessa quasi una colonia degli Stati Uniti e la storia si ripete, benché in modo un po’ diverso. L’imposizione del presente non si fa con la forza delle armi ma dell’economia, dell’informatica e dei “mass media” –scusate l’anglicismo. È un'imposizione fatta di seduzione, molto più vantaggiosa per i colonizzatori perché i colonizzati non diffidino delle loro intenzioni e non si rivoltino –quasi- mai.
Abbiamo di fronte un processo storico che non è nuovo, che obbedisce a una crudele legge naturale. Ma questo non vuole dire che dobbiamo rimanere passivi: anche l’evoluzione del latino fino alla sparizione è stato un processo naturale. Ma civilizzazione, non era sinonimo d’intervento sull’ordine naturale? Le lingue sono delle realtà vive e tutto quello che è vivo rischia di morire. Dalmata, occitano, scozzese,… sono alcuni esempi di lingue europee morte, o quasi, per proibizione e inquinamento, insomma, per trascuratezza dei loro propri parlanti. La storia giudicherà se abbiamo fatto sforzi sufficienti.
Come catalano so di che cosa sto parlando, so come una lingua minoritaria possa diventare, prima quasi un dialetto della lingua maggioritaria e, poi, un ricordo del passato se non si inverte l’ordine degli avvenimenti. Alcuni esempi scelti a caso: nella stampa di alcuni giorni fa si leggeva che la padronanza della lingua non è un requisito valutato per le ditte catalane nella selezione del loro personale. Oppure, in qualsiasi situazione quotidiana, si sente come tanti catalanoparlanti sono incapaci di scherzare senza usare lo spagnolo. Perciò non posso evitare di chiedermi: Sappiamo cosa siamo? Siamo consapevoli di che cosa parliamo?
Le lingue devono difendersi ma senza settarismi, senza connotazioni politiche, perché la loro ricchezza è quella della cultura che veicolano. Non è che una lingua sia migliore di un’altra, semplicemente è diversa. Non è neanche che l’inglese sia nemico dell’italiano, del francese o del catalano: il nemico è interiore, sono le ditte, i giornali, le televisioni e, insomma, noi stessi parlanti che per moda e pigrizia accettiamo soluzioni estere invece di cercare e creare nella lingua propria parole nuove per i tempi nuovi. Perché non diventare così vigilanti dell’ecosistema linguistico come dell’ecosistema naturale e ripopolare con soluzioni autoctone il vocabolario del XXI secolo?
Certamente la sintassi è l’anima delle lingue ma se continuiamo a utilizzare senza discriminazione parole straniere, il nostro discorso sarà come quello del personaggio di Il nome della rosa che parlava una mescolanza di latino, italiano, inglese, spagnolo, francese… Che strano senso della diversità!
Novembre 2000 / Revisionato febbraio 2003