
Roberto Benigni è oggi noto a tutti grazie all’enorme successo del suo, finora, ultimo film come regista, La vita è bella, che come sapete ha vinto il Grand Prix del Festival di Cannes di 1998 e tre Oscar di Hollywood nel 1999, oltre a più di cinquanta premi italiani ed internazionali.
Quello che è più sconosciuto a noi è il suo percorso come artista prima di quel successo, un percorso che questo comico toscano di 49 anni comincia all'inizio degli anni settanta al teatro e che lo porterà alla televisione e finalmente al cinema. Benché ve ne parli un poco, tuttavia mi fermerò sugli ultimi tre film di Benigni, Johnny Stecchino, Il mostro e La vita è bella, dove lui, oltre l’attore principale e il regista, è anche l’autore della sceneggiatura e il produttore.
Di origine contadina e povera, Benigni ha il suo primo contatto con il pubblico lavorando per un piccolo circo come clown e acrobata alla fine degli anni sessanta. Poi si trasferisce a Roma nel 1972 per dedicarsi al teatro sperimentale fino al 1975. In questo periodo partecipa a una decina di opere, la più celebre e scandalosa però è stata Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, scritta da lui stesso e dal suo collaboratore in quegli anni Giuseppe Bertolucci. In questa opera, costituita da diversi monologhi e dialoghi di un umorismo irrazionale e caustico, molto critico con la società e la politica, Benigni si crea un personaggio che sarà caratteristico del suo lavoro teatrale. Due anni più tardi, è stata portata al cinema sotto il nome di Berlinguer ti voglio bene.
Il resto dell’attività teatrale di Benigni durante gli anni ottanta e novanta sono sempre monologhi rappresentati sotto il nome di Tuttobenigni.
Con lo stesso nome è stato pubblicato un libro dove si trovano raccolti questi monologhi e il copione del film. Per un pubblico che non sia italiano, buona parte della comicità si perde e il tutto è abbastanza inintelligibile siccome si usa un linguaggio molto gergale e tantissimi riferimenti politici. Tuttavia, si può capire il senso generale, molto blasfemo e surreale.
Questo Benigni enfant terrible sarà sempre presente nei suoi lavori per la televisione, soprattutto nei programmi Televacca (1976-77) e L’altra domenica (1976-79). Negli anni ottanta, la sua presenza televisiva sarà solamente come invitato ma le sue reazioni saranno imprevedibili: per esempio, in una occasione prende in braccio il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, e in una altra, aggredisce sessualmente Raffaella Carrà.
Il Benigni più pericoloso e rompiscatole non lo troveremo però nei suoi film posteriori, eccetto Tu mi turbi (1983), una commedia grottesca a episodi che è il suo primo film come regista, e che si mostra come una chiara eredità del suo lavoro alla TV.
Nel 1984 gira insieme a Massimo Troisi -l’attore de Il Postino, morto purtroppo dopo aver finito quel film- una commedia esilarante: Non ci resta che piangere. Questo film, che ha avuto molto successo in Italia racconta l’avventura di un insegnante e di un bidello che si ritrovano nel 1492. Questo film “fantastico” basa la sua comicità nei problemi di adattamento dei protagonisti, nel confronto tra presente e passato.
Due anni dopo, Benigni conosce il suo primo successo internazionale partecipando al film indipendente americano Down by law. Con il suo regista, Jim Jarmusch, girerà anche il celebre episodio Roma di Night on Earth (1992). In quel primo film, però, Roberto è uno dei prigionieri di un carcere americano che convince i suoi compagni di fuggire. Il suo inglese impossibile è uno dei motivi di comicità. Invece, è un fallimento mondiale l’intento di sostituire Peter Sellers in Il figlio della Pantera Rosa (1993), un film deludente che fa acqua da tutte le parti, e che non fa ridere né gli americani né gli italiani.
Benigni ha però nel suo curriculum l’onore di essere stato il protagonista dell’ultimo film di Federico Fellini, La voce della luna (1990), una storia onirica e surreale sulla follia e gli effetti della luna. Un film di culto ma decadente.
Vediamo adesso i film propriamente “di Benigni”, quelli quattro in cui lui ha avuto la responsabilità completa dell’opera cinematografica e che hanno caratteristiche comuni. Queste caratteristiche sono:
- L’uso della parodia di altre generi cinematografici come punto di partenza del film
- Una comicità che si appoggia sui malintesi e gli equivochi del linguaggio
- La creazione di un personaggio furbo ma innocente che permette di sviluppare tanti malintesi
- La burla del potere, soprattutto politico e religioso
- La presenza dell’attrice Nicoletta Braschi, compagna di Benigni
In Il piccolo diavolo (1988), il meno interessante dei quattro film, si parodia il cinema di esorcismi. Benigni fa la parte di un diavoletto simpatico, piuttosto un folletto curioso, che diventa amico di un prete. Questa amicizia provoca tantissime situazioni comiche, soprattutto in una scena dove il diavolo, travestito da prete, parla della “possessione” di una donna.
Johnny Stecchino (1991) è un film che ha avuto un gran successo in Italia. Benigni fa un doppio ruolo: quello di Johnny, un capomafia pentito, e quello di Dante, un tizio un poco scemo che gli somiglia. Una delle migliori scene del film è quella dove il falso Johnny è invitato in una festa in Sicilia da un ministro corrotto. Siccome lui truffa l’assicurazione medica facendo finta di avere una mano tremula, si crede scoperto. Bisogna dire che in una scena precedente, uno dei mafiosi ha detto a Dante che la cocaina che prende è una medicina contro il diabete. Il malinteso è servito
Il mostro (1994) è una parodia dei film sugli assassini in serie e anche una satira dei metodi psichiatrici. Il frammento più riuscito è quello dove lo psicologo presenta una registrazione dell’attività normale di Loris, che è sospetto di essere l’assassino di 18 donne. Evidentemente è una confusione, perché lui non è “il mostro” ma sempre il furbo innocente che, per esempio, cammina chinato per non essere visto dal portiere del condominio e così non pagare l’affitto, che mette sotto il cappotto tutto quello che ha rubato all’ipermercato, che fugge dall’orologiaio a cui deve soldi, oppure che ha la sfortuna che una sigaretta accesa gli cade dentro i pantaloni in presenza di una ragazza carina.
La vita è bella (1997) è il miglior film di Benigni finora: un padre ebreo fa credere a suo figlio che il campo di concentramento nazista dove sono internati è un gioco. Il frammento più geniale è quello dove Guido, “traduce” dal tedesco le istruzioni per vincere il primo premio. Una comicità che lo avvicina a Chaplin e Lubitsch ma che non tradisce il suo personalissimo stile.
Dicembre 2001 / Revisionato nel 2008.