
Altro che cercare una buona situazione socioeconomica, quello che mi ha sempre mosso è trovare il mio proprio posto al mondo. Non è un'ossessione esistenziale, ma mi sento meglio quando ho l’opportunità di conoscere storie di finzione che parlano di persone che non si sentono adatte nel loro ruolo ovvero che inventano da capo le loro vite. E siccome questo potrebbe essere un soggetto molto grave e trascendentale, mi piace ancora di più quando viene narrato in forma di commedia, perché grazie all’artificio dell’umorismo si possono dire le cose più serie con la maggiore libertà.
Appunto, mi è venuta in mente la storia di un film che ho visto un paio di volte e che racconta, sotto il segno della commedia, le contraddizioni esistenti tra uno che, ricercando la sua sistemazione socioeconomica e allo stesso tempo la sua realizzazione personale, finisce per non fare niente, trovando così la soluzione a entrambi i problemi. Si tratta del film Romanzo di un giovane povero, diretto da Ettore Scola nel 1995, uno dei miei registi italiani favoriti. Vediamolo pure.
In Romanzo di un giovane povero, Scola ci presenta un personaggio di nome Vincenzo Persico (ruolo interpretato straordinariamente dall’attore Rolando Ravello), un giovane trentenne, laureato da alcuni anni in lettere, che non riesce a trovare un lavoro fisso e sistemarsi. Vive, dunque, impartendo alcune lezioni private ma soprattutto grazie alla scarsa pensione della madre, una vedova dominatrice a cui piace fare la signora e nascondere lo stato di quasi indigenza in cui si trovano lei e suo figlio. Vincenzo è un frustrato che ha una personalità insicura però, incomprensibilmente, ha una bella fidanzata che, come la madre, aspetta che lui trovi un buon lavoro. La pressione psicologica a cui si sente sottoposto lo fa non cercare nessuna uscita alla sua situazione e, avendo perso l’unico studente che gli restava, finisce per lavorare come tipografo nella ditta di un vecchio amico di suo padre.
Il destino vuole anche che un anziano coinquilino di palazzo (il grande attore Alberto Sordi), un imbroglione misterioso, faccia amicizia con Vincenzo e che una notte in cui escono a bere insieme gli proponga di ammazzare sua moglie, una vecchia gloria del teatro di varietà, oggi obesa e alcolica. In cambio, gli darebbe una importante somma di denaro. Vincenzo evidentemente non prende la proposta sul serio ma la moglie del vicino viene uccisa e il giovane povero, che da qualche tempo spendeva molti soldi per fare regalini alla madre e alla fidanzata, viene arrestato e accusato del reato poiché la polizia trova nel suo domicilio alcuni milioni di lire della donna assassinata.
Malgrado avesse un alibi assai convincente, Vincenzo si mostra poco interessato a difendersi e viene incarcerato, benché il procuratore non creda alla sua colpevolezza. Il film finisce con le immagini di un Vincenzo compiaciuto in galera, insegnando italiano a reclusi stranieri, perché non ha da preoccuparsi dei problemi che aveva quando era libero.
Tutto il film ha un’aria di sogno, di storia surreale e il fato di essere stato girato in bianco e nero contribuisce a questa impressione. La sceneggiatura stessa della pellicola vuole evidenziare le contraddizioni di un personaggio per cui la libertà è un vero problema di angoscia: la scelta di un lavoro, sistemarsi, impegnarsi con la sua ragazza, essere un figlio degno della sua madre,… sono sfide troppo grandi per Vincenzo e perciò si sente a suo aggio essendo privato della libertà e disimpegnando l’unico mestiere che sa fare: insegnare. Scola certamente esagera in questa sua favola girata in forma di film giallo, però ci spinge a chiederci quanta gente preferirebbe risparmiarsi la scelta del proprio destino in cambio della sicurezza. Tra Vincenzo e il suo vecchio coinquilino c’è una grande differenza: mentre il primo si lascia trascinare dagli eventi, il secondo agisce –l’assassinio è una forma d’azione- perché ha progetti di futuro con una giovane commessa di panetteria. Invece, questo giovane povero, la cui povertà non è altro che un chiaro segno di “menefreghismo”, accetta tutto a patto che non debba impegnarsi. L’assenza d’impegno è un soggetto caro al regista e presente in altri film suoi di contenuto politico. Vincenzo Persico è un antieroe, un modello d’irresponsabilità e apatia da evitare.
Dicembre 2002.