
Credo che sia stato Woody Allen a dire che l’eternità fosse lunga soprattutto verso la fine. Siccome non mi risulta che il celebre regista newyorchese abbia mai detto niente sull’immensità, tenterò di dirne qualcosa io, senza dimenticare però la mia piccolezza.
Per parlare di qualsiasi cosa, benché sia piccolissima, bisogna darne prima una definizione oggettiva; figuratevi allora se intendiamo parlare dell’immensità... Allora vi propongo questa, tratta dal dizionario online Sabatini Coletti: “L’immensità è il carattere di ciò che non può essere misurato tanto è esteso”. Questa definizione è certamente tranquillizzante dal punto di vista psicologico perché permette di distinguere tra quello che è immenso e quello che è infinito. Dunque, essendo noi umani esseri finiti, l’immensità ci si addice molto di più e ci toglie tanta angoscia.
Metto gli scherzi filosofici da parte per approcciare adesso l’immensità da un punto di vista esclusivamente personale. La prima volta che ho sperimentato la sensazione d’immensità avevo quattordici anni ed ero sul ponte di una nave di ritorno a Barcellona da Minorca, dove mi ero spostato per alcuni giorni con mia madre e mio fratello. Mi ricordo perfettamente come il fronte marittimo di Barcellona mi è apparso totalmente diverso da come me lo immaginavo, diverso dall'immagine mentale che avevo della mia città natale, soprattutto perché dal mare la prospettiva cambia completamente e la città che vedi è tutta un’altra. In quell’occasione mi sono sentito piccolissimo ma meravigliato, ho preso coscienza per la prima volta che ero uno spettatore e che l’immensità, benché non sapesse dove finiva, era così ampia come il mio campo visivo, più o meno come un film in wide-screen dove lo schermo non era altro che il paesaggio stesso.
Più di quaranta anni dopo ho fatto parecchi viaggi in Europa, l’America del Nord e l'Oriente, ma non è stato per cercare la sensazione d’immensità; confesso di essere un viaggiatore quasi esclusivamente urbano che non ha tanto bisogno di grandi spazi dove la vista possa fuggire. Tuttavia, l’immensità mi piace, in modo particolare quando è fotografata e sottolineata da una musica suggestiva. Ed è perciò che in quasi tutti i miei viaggi ho cercato sale cinematografiche dove chiudermi al buio e godermi l'immensità creata da altri.
A me il cinema è piaciuto fin da bambino ma è stato all'epoca di quel viaggio a Minorca che sono diventato un vero cinefilo e, adesso che ci penso, forse quella visione dell’immensità della costa barcellonese è in parte responsabile del mio piacere di guardare uno schermo e lasciarmi trascinare dalle immagini e dalla musica. In omaggio a tanti film che amo, per finire, vi parlerò di tre sequenze cinematografiche che, secondo me, evocano l’immensità come poche e che sono rimaste per sempre nella mia memoria:
>Peter O’Toole viaggiando a dorso di cammello in mezzo al deserto nel film Lawrence d’Arabia, accompagnato dalla magnifica colonna sonora di Maurice Jarre.
>Claudia Cardinale scendendo da un treno e scoprendo il piccolo villaggio dove si svolge la storia di C’era una volta il West. Si può immaginare un'altra musica per questa scena che non sia la meraviglia composta da Ennio Morricone?
>Robert Redford e Meryl Streep volando in un vetusto biplano sulla savana in La mia Africa. Grazie, John Barry per questo bellissimo commento musicale.
Mi pare dunque che il ruolo che meglio mi si addica sia quello dello spettatore; mi sento bene a guardare ciò di bello che altri hanno fatto, è un atto che mi riconcilia con l’umanità. L’immensità proiettata su uno schermo è più raggiungibile, adatta alla mia misura e, molto importante, è accessibile più volte.
Giugno 2022.